SAGRE E FESTE
INFO@ARTEINSICILIA.COM - TEL/FAX: +39 095.2503032**

 

 
Eventi Teatro *


Rappresentazioni Classiche - Siracusa

Apr 23, 2006, 15:05

"Troia è caduta. In quel lembo di terra tra il mare e le macerie della città, tra i Greci che partono e l’antico regno che crolla, le Troiane lasciano che il dolore della sconfitta risuoni nel loro petto. Ecuba incarna la tragedia del dolore “assoluto”: è regina senza patria, madre senza figli. Nella sua disperata solitudine, lo spettro della guerra si svuota di ogni significato ideologico e declina in tutte le sue varianti la violenza, che trasmette, come una malattia, dai vincitori ai vinti, dalle vittime agli aggressori".E’ Euripide il protagonista della Stagione 2006 delle Rappresentazioni Classiche organizzate dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico: l’11 maggio debutterà la tragedia Troiane, per la regia di Mario Gas, seguita dall’Ecuba, regista Massimo Castri. I due allestimenti saranno replicati, a giorni alterni, fino al 25 giugno. Il dramma Troiane mette in scena l'orrore della guerra, è una tragedia in cui le donne raccontano e trasmettono il dolore dei vinti. Tutto è già accaduto: l’azione drammatica è tessuta di ricordi, di sogni, di paura che sostanzia l’attesa delle donne, di violenza, come il gesto dei Greci che uccidono Astianatte. In quel lembo di terra tra il mare e le macerie di Troia, tra i Greci che partono e la città che crolla, le compagne di sventura parlano, raccontano, lasciano che la guerra e il dolore risuonino nel loro petto: portando sulla scena straordinari personaggi femminili, Euripide fa qui della donna la custode privilegiata della memoria. La figura di Ecuba domina la scena delle Troiane, divenendo il personaggio che più di ogni altro “tiene le fila” del dramma; così anche nell’Ecuba, dove la regina ferita diventa furia vendicatrice dei suoi figli assassinati e nel suo progetto di vendetta contro il traditore Polimestore riesce ad ottenere persino il sostegno di Agamennone. Nessun altro dei tragici anteriori a Euripide aveva fatto di Ecuba la protagonista di una tragedia, né il dolore di una vecchia madre il motivo principale di essa. Tragedia del dolore, questa Ecuba euripidea, del dolore “assoluto” di una regina senza più patria, di una madre senza più figli. Rappresentare Euripide, mettere in scena le sue tragedie della guerra e del dolore qui, a Siracusa, ha un significato particolare. Siracusa è la città che ha ospitato l’ultimo atto della guerra del Peloponneso, nel suo porto (il 413 a.C appena due anni dopo la messa in scena quasi premonitoria delle Troiane) fu distrutta l’intera flotta ateniese; nelle sue splendide cave di pietra, le latomie poste a ridosso del Teatro Greco, molti tra i prigionieri morirono di fame e di stenti. Molti, non tutti. Plutarco racconta che alcuni dovettero la loro salvezza proprio a Euripide, poiché quanti furono in grado di recitare e insegnare brani interi dei suoi drammi vennero liberati e riuscirono a tornare sani e salvi a casa: la poesia del dolore diviene fonte di salvezza, così come ogni antidoto è composto dalla giusta dose di veleno. Poco importa sapere se questi fatti siano realmente accaduti, o se siano soltanto una suggestiva leggenda. E’ bello, è importante, oggi come allora, pensare che la poesia abbia il potere di salvarci la vita.

Troiane, le principesse deportate.

La città di Troia è in fiamme, distrutta e saccheggiata dai Greci; in assenza di uomini, tutti caduti in guerra, le principesse troiane giungono una dopo l’altra dinanzi alla regina Ecuba che, sopraffatta dal dolore, è accasciata al suolo. Le Troiane di Euripide, rappresentate nel 415 a.C., danno forse l’immagine più intensa delle principesse di Troia, colte mentre stanno per essere di forza imbarcate per quelle regioni greche e per le case degli eroi a cui la sorte le ha assegnate. Il lessico del lamento, del lutto e della perdita, presente nelle parole di Ecuba e del Coro, si alterna a quello della deportazione, dell’essere portati via e consegnati al nemico, che Euripide “affida” all’araldo greco Taltibio. Private della possibilità di decidere e di agire, le principesse-schiave evocano il loro passato glorioso e piangono i lutti di guerra: una lunga effusione funebre che culmina nel lamento sul cadavere del piccolo Astianatte, figlio di Ettore e Andromaca, condannato a morte dai Greci. Ieri come oggi, uccidere un bambino significa uccidere il futuro. La regina Ecuba, con la sua ininterrotta presenza sulla scena, è anche il raccordo drammaturgico che collega singoli quadri scenici dominati nell’ordine da tre principesse: Cassandra, Andromaca ed Elena. Ognuna delle tre donne si fa portatrice di un tema che sviluppa attraverso il dialogo con Ecuba. Persa nel ricordo di Ettore e straziata dalla sentenza di morte che condanna il figlio Astianatte, Andromaca, convinta da Ecuba, sceglie in qualche modo la vita e acconsente a seguire Neottolemo, l’eroe greco a cui è stata assegnata. Elena, in perfetta sintonia con la tradizione omerica, è qui avida e ammaliatrice; ma quando vanta la propria innocenza cercando di attribuire ogni colpa agli dei, è smascherata dalla lucida condanna di Ecuba. Cassandra si presenta invece come un’anti-Elena, come l’espressione del riscatto troiano, poiché sa che non appena sarà giunta nella reggia di Agamennone (di cui è ormai schiava e concubina), questi sarà ucciso, con lei, dalla moglie Clitennestra. Cassandra esalta la gloria e l’eroismo dei troiani, morti per difendere la loro città: ma la retorica “politica” del sacrificio per la patria risulta ora svuotato dinanzi al lutto e al dolore delle donne sopravvissute. Già nel prologo del dramma, Atena e Posidone, entrando tra le rovine fumanti di Troia, avevano concertato lo sterminio dei Greci sulla via del ritorno. Uno scenario, questo, che non distingue i vincitori dai vinti: un monito, forse anche un presagio della disastrosa sconfitta che, appena due anni dopo la messinscena delle Troiane, gli Ateniesi avrebbero subito combattendo nel porto di Siracusa.

Ecuba, la vendetta della regina.

La città di Troia è caduta. Ecuba, moglie del re Priamo e le altre donne di Ilio sono state ridotte in schiavitù dai Greci vincitori. Venti contrari impediscono, tuttavia, il ritorno in patria della flotta achea, bloccata nelle coste del Chersoneso trace. Per assicurare il ritorno in patria, Achille pretende dai Greci il sacrificio, sulla sua tomba, di Polissena, figlia di Ecuba: lo riferisce nel prologo l’ombra di Polidoro, il figlio più giovane dei sovrani di Troia. Inviato lontano dalla guerra, presso il re di Tracia Polimestore, il ragazzo era stato ucciso a tradimento dall’ospite che avrebbe dovuto proteggerlo. Per impadronirsi della parte del tesoro di Priamo che Polidoro aveva portato con sé, Polimestore lo aveva assassinato, e ne aveva gettato in mare il cadavere. Pur essendo ancora all’oscuro dei fatti, Ecuba presagisce in sogno le sofferenze dei suoi figli, come racconta lei stessa uscendo dalla tenda di Agamennone; ed è il Coro dalle prigioniere troiane a confermare le sue sensazioni, annunciando alla regina il sacrificio di Polissena deliberato dai Greci. L’atteggiamento di Polissena davanti alla morte – è l’araldo Taltibio a raccontarne il sacrificio - è nobile, persino irreale: il dolore è decantato nella sua quintessenza, non c’è l’urlo di ribellione dinanzi al compiersi del destino, né l’esaltazione del sacrificio eroico, come in Antigone. Nella seconda parte, l’Ecuba diventa tragedia della vendetta; proprio mentre si prepara a dare sepoltura a Polissena, la regina viene a sapere da un’ancella che il corpo di Polidoro è stato sospinto dai flutti sulla spiaggia. La nuova sciagura spinge oltre il limite il dolore della madre: ferocia chiama ferocia. Con il consenso di Agamennone, Ecuba attira Polimestore nella tenda, con il pretesto di dargli in custodia altro oro; poi, aiutata dalle prigioniere troiane, lo acceca e uccide i suoi figli. Nell’Ecuba Euripide svuota di senso le sovrastrutture costruite dall’ideologia della guerra e declina in tutte le sue varianti l’efferatezza che si trasmette, come una malattia, dai vincitori ai vinti, dagli aggressori alle vittime e viceversa. Quasi certamente del 424 a.C, l’Ecuba tematizza la contrapposizione esasperata in cui cadavere chiama cadavere: sulla tomba di Achille i Greci sacrificano Polissena; Polimestore uccide Polidoro, violando il sacro vincolo dell’ospitalità; Ecuba si vendica di Polimestore, uccidendone i figli e accecandolo, anche grazie all’acquiescenza di Agamennone. La tragedia si chiude con le tremende profezie che, in preda a una furia implacabile, Polimestore grida contro Ecuba e contro il capo degli Argivi. Poi, per ordine di Agamennone, il re tracio viene abbandonato su un’isola deserta.

© Copyright 2004 by FestediSicilia.com

Vai all'inizio   Vai all'Home Page

 


Meteo Sicilia